09.08.2010

UN ATELIER IN GIARDINO

In una delle mie innumerevoli passeggiate in bicicletta alla ricerca di quel che resta della campagna lombarda, un bel giorno scorgo da lontano in una radura in mezzo ad un campo di granoturco già alto, un luogo insolito. Un luogo che ho avuto subito timore ad esplorare per paura di violare l’intima coesione con chi lo aveva plasmato a sua immagine segreta trasformandolo in un atelier a cielo aperto. Un pò deposito di materia e materiale, un pò esposizione di lavori già elaborati, un pò accumulo di ricchezze già compiute in se stesse, questo luogo mi è sembrato uno scenario incredibilmente e sorprendentemente contraddittorio. Da una parte la concretezza della materia intesa come tangibile testimonianza del mondo naturale che si trasforma e subisce i processi del tempo e dell’uomo e dall’altra la visione di una natura mistica che continuamente ci affascina, ci invade e anche inavvertitamente ci condiziona.

Il lavoro di Giacomo poi mi si presenta in maniera dirompente. Mi inquieta, ma mi vivifica, poiché fa i conti con l’estrema rappresentazione della fine. Una ricerca sul non ritorno, sulla memoria di quello che è stato.

Il lavoro di una persona sensibile ed attenta a cogliere alcuni aspetti e manifestazioni che l’ambiente antropico e naturale presenta. Un assiduo frequentatore dei paesaggi e dell’uomo.

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